mercoledì 19 aprile 2017

L'orto-giardino di Fiorella e Gian Paolo 2.0

Ciliegio, limone e albicocco

Sono passati quasi 8 anni ed il periodo era diverso, come potete ben vedere qui, ma l'orto-giardino di Fiorella e Gian Paolo ha sempre il suo fascino in qualsiasi stagione.
Allora eravamo in estate, ora siamo in primavera; ci sono fiori a profusione e gli alberi indaffarati a gettare le loro gemme: un tripudio di rinascita e di vita!
Le fotografie si possono ingrandire cliccandovi sopra: stranamente non escono del formato del post di cui sopra...

Ed ecco com'è adesso:

fave e fiori

 alstromeria rosa

splendidi iris blu

alstromeria arancio

iris (part.)

messer Limone

il geranio che piace tanto a Fiorella

 i vasi appesi: uno

due

e tre

la rosa viola

 la rosa, l'alstromeria e gli iris

 Fiorella e Gian Paolo

la siepe di rosmarino

ed il mio ultimo sguardo prima di andare via.

Un piccolo mondo di grazia e bellezza
in mezzo ai palazzi di Vallecrosia: bravissimi.


martedì 21 marzo 2017

A tutti i giovani raccomando


A tutti i giovani raccomando:
aprite i libri con religione,
non guardateli superficialmente,
perché in essi è racchiuso
il coraggio dei nostri padri.
E richiudeteli con dignità
quando dovete occuparvi di altre cose.
Ma soprattutto amate i poeti.
Essi hanno vangato per voi la terra
per tanti anni, non per costruivi tombe,
o simulacri, ma altari.
Pensate che potete camminare su di noi
come su dei grandi tappeti
e volare oltre questa triste realtà
quotidiana.


Alda Merini, da “La vita facile”



mercoledì 8 marzo 2017

La mimosa e i media


Quasi ogni anno mi ritovo a combattere la mia crociata per difendere o fare chiarezza sull'Otto marzo.
E' la Giornata della Donna, è una ricorrenza importante, così come tutte le feste o altre ricorrenze lo sono. La riflessione è puntata lì ed è inutile dire che bisogna rispettare questo o quello tutto l'anno, perché è ovvio. Fondamentale, però, è avere un giorno completamente dedicato ad un argomento, al fine di celebrarne e capirne l'importanza.

Ciò che mi ha più volte stupito è la dissacrazione del simbolo dell'Otto marzo, ovvero la mimosa. E mi ha stupito perché, a livello di media, sono già dovuta intervenire due volte, sia per delle affermazioni che avevo sentito a Piazza Verdi in onda su Radio Tre (e prontamente rettificate in diretta), sia per quelle più recenti di Geppi Cucciari a Che tempo che fa su Rai Tre, cui s'è pure aggiunta la superficiale sparata della Dandini all'indomani.

Non è ammissibile questa dissacrazione, né tanto meno è ammissible che provenga proprio da Rai Tre e Radio Tre che, più di ogni altra fonte, dovrebbero sapere bene come stanno le cose.

La mimosa è il simbolo della Giornata della Donna, ricorrenza che celebra il suo lungo cammino per la conquista della parità e dei diritti. La mimosa è il frutto di un lavoro molto faticoso che si svolge nel distretto del mercato floricolo di Sanremo e rappresenta ancora una bolla di soppravvivenza della floricoltura ligure, a prezzo di grandi sacrifici.

Dire che "puzza" o "non compratela" o "non regalatela" è uno spregio al simbolo e al lavoro.
Dirlo su dei canali cult è un'ulteriore aggravante.

Esiste internet: cercate "mimosa" "otto marzo" "dove si produce" e fateci arrivare delle richieste per venirci ad aiutare nel momento della raccolta. Ecco, uscite dai salotti e dall'ignoranza, e di dannose stronzate non ne direte più.


Buon Otto marzo con la mimosa, Donne!



domenica 26 febbraio 2017

Romania a pochi passi

Malipiero editore

Nel 1990, durante una trasmissione televisiva sulla Romania, dove la vita stava lentamente tornando alla normalità dopo i rivolgimenti politici del dicembre 1989, fra l’altro si poteva vedere un cartello esposto nella vetrine di un negozio di alimentari con la scritta Miere de albine, miele di api. Ce n’era quanto basta per insospettire chi va a caccia di parole nostre, poiché arbinà è una vecchia conoscenza del dialetto ligure nel quale ha sempre significato alveare, dal latino medievale albinarius, arnia.
E così, rastrellando pazientemente il Dizionario romeno-italiano di Balac-Façon-Petronio (Malipiero editore, 1984) non si può fare a meno di scoprire altre insospettate quanto piacevoli parentele linguistiche. Che, in Romania, isola neolatina nel gran mare slavo, si parli una lingua affine all’italiano è risaputo, ma forse non tutti sanno che certe parole rumene ricordano assai da vicino il nostro dialetto, appartenente anch’esso alla grande famiglia delle lingue romanze.
E, fra gli esempi che saltano fuori ad piè sospinto, ecco ascunde nascondere, barricada steccato, bumbac cotone, che richiama il nostro bumbaixu, bambagia, stoppino per i lumi ad olio, cabana capanna e cadastru perfettamente identico al termine dialettale con cui noi indichiamo il catasto. Sempre sfogliando le pagine del vocabolario rumeno, ci imbattiamo ancora in descusut scucito, dezlegà slegare, fidea i nostri familiari fidei da mettere nella minestra, e così di seguito fino a orb cieco, piersic pesco, rumegà ruminare, stranut starnuto, timpuriu precoce, ed infine spiterie farmacia, parente stretta della nostra antica speçiaria.
Ma le sorprese non sono ancora terminate perché, nel rumeno, a partire dal secolo scorso, sono entrate un’infinità di parole francesi, molte delle quali, data la nostra vicinanza con i cugini d’oltralpe, si ritrovano pari pari nel dialetto ligure. Come, ad esempio, buchet mazzetto di fiori, criun matita, debit rivendita di generi di monopolio, escamotà frodare, grimasa smorfia, marchiza tettoria a vetri, plafon soffitto, rebut rifiuto. Insomma, se è vero che, per un italiano, farsi capire in Romania è relativamente facile, per chi conosce il francese e, per giunta, anche il dialetto, le possibilità di comunicare con gli abitanti di questo paese aumentano considerevolmente.


Renzo Villa, Dialetto ieri e oggi, Alzani editore, Pinerolo, 1996, pag 30


lunedì 30 gennaio 2017

Bianca

Adelma, Bianca e Eraldo Guglielmi

Due sorelle ed un fratello: Bianca nasce nel 1920, Eraldo nel 1925 e Adelma nel 1930. Cinque anni separano le loro nascite, così come tra i nipoti di Bianca saranno sempre cinque gli anni che tra fratelli faranno la differenza.

Quando una persona ci lascia si schiude del tutto la sua essenza ed è solo in quel momento che si ha una comprensione completa di chi era veramente. Raramente dedico un post a qualcuno del paese quando ci lascia per sempre, ma Bianca merita una riflessione. 

Eraldo, Bianca e Adelma

Vive fino a 96 anni e mezzo. Un'età veneranda, ma ciò che mi colpisce nel ripensarla è il fatto di rivederla nel corso del tempo sempre disposta a dare senza mai chiedere nulla. Amatissima dai quattro nipoti di sangue, cui si sono aggiunti i consorti e i discendenti, Bianca ha saputo conquistarli tutti proprio per quella sua presenza amorevole ed umile, che nulla mai chiedeva in cambio.

Giampiero e Pia

Il mio primo mare... mi affidarono a lei, ci portava Giampiero e ci potevo stare anch'io... eravamo due bambini vivaci, ma lei, paziente, acconsentiva. E così partivo, con la borsetta di velluto verde, il panino, i soldi per il gelato e la corriera ed anch'io beneficiavo della sua bontà. 

Bianca. 
Sì, una riflessione se la merita: non possiamo dimenticarla, ci ha lasciato un grande insegnamento: quello dell'altruismo, della pazienza, dell'amorevolezza, della disponibilità, della laboriosità. A volte andiamo cercando maestri e profeti nei libri o nelle sedi più disparate senza renderci conto che alcuni silenziosamente vivono da sempre attorno a noi. 

Adelma e Bianca nel 2014  

Era la zia di Susy, Giampiero, Lucio e Andrea, ma simbolicamente un po' la zia di tutti noi o, per lo meno, quella zia che tutti avremmo voluto avere.

Bianca, sì, di nome e di fatto: buon viaggio tra gli angeli.


martedì 10 gennaio 2017

Il tutto che diventa il nulla


A volte il passato ci spaventa, anche se non riusciamo, per istinto, ad andare indietro oltre al secolo. Abbiamo conosciuto bene chi è nato circa cento anni fa: erano i nostri padri, i nostri nonni, i veci che, alla luce della nostra infanzia, ci rappresentavano il volgere al tramonto della vita.
Poi ci siamo dimenticati di loro.
Ed ora, quando un attimo di riflessione ce li fa ricordare, sentiamo dentro di noi un disagio: tutto è cambiato, loro non appartengono a questo presente, sarebbero una nota stonata.
E pensare che il mondo non ha cento anni soltanto, ma secoli e secoli, e noi ne siamo la continuità, benché questo pensiero ci dia fastidio. Siamo "obbligati" ad un presente compresso, stancante, stressante, per certi versi, "disumano". Un presente che non lascia posto al passato e nemmeno al futuro perché, tutto sommato, stiamo andando verso il domani senza sapere bene perché e per che cosa. Andiamo e basta.
Strati di cemento, di asfalto, di plastica, di vetro, di ferro, di alluminio e quant'altro hanno sepolto ogni traccia di chi ci ha preceduto. Il mondo continua a seppellire altri mondi, spesso migliori di quelli attuali, cancellando con fulminea velocità anche sentimenti ed emozioni oltre alle cose.
Il tutto che diventa il nulla.


domenica 25 dicembre 2016

La noce moscata


"La noce moscata è il seme della “Myristica fragrans”, albero sempreverde originario dell’Indonesia, oggi diffuso nelle varie zone intertropicali.
Mandorla essiccata di forma ovale arrotondata, avvolta di un rivestimento carnoso (macis) e contenuta all’interno del frutto, ha sapore e odore particolari, dovuti alla presenza di un olio aromatico.
Già conosciuta dai mercanti Arabi medievali, questa spezia si affermò in Europa solo all’inizio del XVI secolo. L’uso, sia in cucina che in profumeria, divenne così diffuso negli ambienti aristocratici, che commerciarla rappresentò per oltre duecento anni occasione d’ostilità e intrighi tra gli Stati europei.
Ci fu un periodo, tra la fine del XVII e l'inizio del XVIII sec., in cui il mondo cosiddetto "civilizzato" venne colto da una passione per la noce moscata.
In alcuni libri si sosteneva che la spezia fosse un meraviglioso eccitante che cosparso sul collo o in tasca sprigionava il meglio del suo aroma.
La noce moscata ebbe a lungo anche grande reputazione terapeutica come antisettico, e all’inizio del ‘700 rappresentava il rimedio di oltre cento malattie.
Nell’Ottocento, quando gli alimenti di sapore forte e odore intenso furono identificati come stimolanti erotici, la noce moscata divenne uno degli afrodisiaci più ricercati, elemento indispensabile assieme ad altre spezie nella preparazione della “pillola dell’amore”.
Poiché la sua ingestione massiccia causava allucinazioni e convulsioni, la noce moscata venne soprannominata nel Novecento: “Stupefacente dei poveri”

Ancora oggi questa è una spezia molto usata in cucina, ingrediente di dolci, budini e creme, ma anche di purè e verdure lesse. In Italia viene spesso aggiunta nei ripieni per tortellini, ravioli e cannelloni fatti a base di carne, formaggio o spinaci".

E mi piace ricordare la mamma, quando la usava con la piccola grattugia concava ai lati. Quel profumo e quel nocciolo che rimpiccioliva ogni volta (destinato a durare ancora chissà quanto!), rimane uno dei rituali più particolari che le vedevo fare in cucina: preludio di cose buone, come la cima, i ravioli e i cannelloni. 


Buon Natale 2016!